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Domenica, 15 Luglio 2018 19:03  Asterio Tubaldi  715 

SIAMO  CAPACI  DI  GUARDARE  IN  FACCIA  LA REALTA’ ?

SIAMO CAPACI DI GUARDARE IN FACCIA LA REALTA’ ?

Nelle lunghe giornate residue della mia ormai avanzata vecchiaia mi capita di fermarmi a riflettere  sui  tanti angosciosi problemi dei tempi che corrono e mi chiedo, anche se così non corro il rischio di entrare nel campo delle astrazioni intellettualistiche.

I miei figli, persone normali, non mancano di suggerirmi  di  allentare, di cercare  di  vivere i giorni che mi restano più serenamente perché tanto il mondo è sempre andato avanti con il suo tran tran, senza strappi violenti, presto riassorbiti quando si sono, raramente, verificati.

Su due questioni si sofferma la mia attenzione perché sono nuove soprattutto per la loro dimensione  :  il lavoro precario  e l’immigrazione.

A partire dagli anni ’60,quelli della mia prima giovinezza e delle mie prime esperienze politiche, con la prima industrializzazione, con il forte ridimensionamento del lavoro agricolo, con la consistente riduzione dell’emigrazione esterna sostituita da quella interna, il nostro problema occupazionale aveva trovato una risposta abbastanza soddisfacente in termini di stabilità.

Non è questa la sede per approfondire i molteplici presupposti che hanno determinato tale risultato, dalle facilitazioni creditizie ai trattamenti retributivi, ma non solo.

Oggi la realtà è profondamente diversa : prevale la precarietà  nel rapporto di lavoro, anche in quello pubblico e parapubblico, he equivale alla estrema incertezza per il futuro di un giovane, che è quanto di più distruttivo sul piano psicologico per una persona.

Gli economisti postulano  la  provvisorietà  del rapporto di lavoro in una situazione di pieno impiego, quando non c’è problema per nessuno di passare da un posto all’altro, magari a costo di spostamenti o di riqualificazioni professionali.

Ma, come nella situazione presente, o si va verso la politica dei sussidi  sostenuta dalla fiscalità generale o si va verso l’autogestione dell’attività produttiva da parte delle maestranze, nel superamento dell’antica  dicotomia imprenditore, datore di lavoro-dipendente, che penso non si porrebbero o non dovrebbero porsi l’obiettivo del massimo profitto, come è per il singolo imprenditore privato.

L’altra questione è la disordinata e selvaggia immigrazione in atto.

Ci sono motivi validi accanto ad altri molto meno validi per accettare il fenomeno migratorio, ma pur sempre da sottoporre  a precise regole.

Resta, però, sullo sfondo un problema fondamentale  che va alla radice.

L’emigrazione è un dramma individuale per molti aspetti, come mi porta a credere quell’emigrante recanatese, ricordato in una poesia in vernacolo del nostro indimenticabile Remo Stortoni, che chiedeva in una lettera ad un suo parente di inviargli in un disco il suono del campanone  della nostra Torre civica che gli rammentava il suo soggiorno recanatese, fonte di immensa nostalgia.

In un diverso modello di sviluppo  economico mondiale che introducesse nel processo produttivo i Paesi fino ad oggi esclusi, affiancato ad una politica demografica totalmente innovativa, il movimento migratorio avrebbe la stessa intensità attuale?

Più che intervenire sugli effetti con l’accoglienza dedicherei ogni sforzo all’intervento sulle cause.

Gianni Bonfili.

 

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