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Domenica, 13 Ottobre 2019  Asterio Tubaldi  Stampa  475 

LA SCENA DEL CRIMINE E SOPRALLUOGO DI POLIZIA GIUDIZIARIA

LA SCENA DEL CRIMINE E SOPRALLUOGO DI POLIZIA GIUDIZIARIA

Rilievi dattiloscopici e impronte

Con questo articolo do' inizio ad un argomento per il quale, vista l’ampiezza dei contenuti dovrò trattare in più riprese.

Nel seguire la scaletta dei rilievi tecnici, l’argomento potrebbe richiedere anche meno spazio, ma è mio intento ampliare lo stesso guardando tutti gli aspetti intrinsechi al pianeta “impronte”.

In questa serie di articoli cercherò di rappresentare cosa sono le impronte, la loro natura, la loro struttura, la suddivisione per tipologia di disegno e classificazione, la distinzione per tipologia di impronte lasciate sulla scena del crimine,  i sistemi di evidenziazione, il materiale tecnico, la lavorazione fotografica ed il confronto dattiloscopico.

Per prima cosa definiamo cosa sono le impronte: un’alterazione dello stato di una superficie a seguito del contatto con un altro corpo, la peculiarità particolare dell’impronta è che può essere alterata o cancellata. Le impronte, in senso generale, possono essere lasciate dal corpo umano, mani, piedi, orecchio,  da calzature e pneumatici, da strumenti effrattori; in questa fase prendiamo in considerazione le impronte della mano, la giusta definizione è “impronte papillari” o “impronte di creste papillari”, che poi si distinguono in impronte digitali e palmari.

Per iniziare il percorso cito i tre “principi fondamentali” della dattiloscopia:

  1. La variabilità – ogni impronta è uguale a se stessa, non esistono due impronte uguali neppure nella stessa persona, in persone diverse o nei fratelli gemelli.
  2. L’immutabilità – dal quarto al sesto mese di vita intrauterina, momento in cui le impronte si formano, fino ai fenomeni degenerativi postmortem, non subiscono modificazioni morfologiche. Eventuali lesioni traumatiche permanenti entrano a far parte delle caratteristiche distintive dell’impronta.
  3. La classificabilità – per le sole impronte digitali, pur essendo le stesse infinite, sono riconducibili a quattro figure base, dieci simboli, dai quali si risale ad una classificazione, la formula dattiloscopica del Dott. Gasti.

 

Prima di scendere nella costituzione naturale delle impronte e di tutti i successivi argomenti correlati in campo criminalistico, voglio rappresentare quello che nel racconto della storia, specificatamente relativa alla dattiloscopia, avevo rimandato a questa fase, ovvero la classificazione Gasti.

La classificazione in argomento è basata nel suddividere le impronte digitali, ovvero la riproduzione dei disegni delle creste papillari dei polpastrelli e di tutta la terza falange delle dita delle mani, in quattro figure fondamentali create dallo sviluppo delle linee nelle zone del polpastrello:

  1. Zona basilare – dall’interlinea dell’articolazione tra la seconda e terza falange (polpastrello), con un andamento, di regola, parallelo all’articolazione:
  2. Zona marginale – segue e contorna il polpastrello nelle parti esterne, definite “radiale” e “ulnare”, e nella parte superiore o “apicale”.
  3. Zona centrale – nocciolo o centro dell’impronta, contenuto dalle altre due zone, da precisare che questa zona non è sempre presente.

 

Le quattro figure si definiscono come:

  1. Adelta – la figura è mancante delle linee di sistema centrale, le linee del sistema basale corrono parallelamente a quelle del sistema marginale:
  2. Monodelta – sono presenti tutti e tre i sistemi, basilare, centrale e marginale. Quello centrale non è chiuso e forma un’ansa che può uscire verso destra o sinistra prendendo il nome di Radiale (verso il pollice) o Ulnare (verso il mignolo), la convergenza dei sistemi danno origine ad una specie di piccolo triangolo chiamato “delta”;
  3. Bidelta – sono presenti tutti e tre i sistemi, quello centrale è chiuso, concentrico, e la confluenza dei tre sistemi danno origine a due “delta”;
  4. Composta – ha le stesse caratteristiche della bidelta, ma il sistema centrale presenta due centri di figura come una classica “S”.

 

Queste quattro figure si suddividono, a loro volta, in dieci simboli, numerati da 0 a 9; per questa ulteriore suddivisione sono fondamentali il centro di figura ed i delta, la loro ubicazione ed il numero di linee che corrono tra gli stessi.

La classificazione, di fatto, si basa su questi dieci simboli i quali danno un nome “numerico” ad ogni singolo dito della mano e da qui si imposta la “formula dattiloscopia” della classificazione del Dott. Gasti.

La “formula dattiloscopica” divide le dieci dita della mano in tre gruppi che prendono il nome di Serie – Sezione – Numero seguendo questo ordine:

  1. Serie – è data dai numeri attribuiti all’indice, pollice ed anulare della mano sinistra;
  2. Sezione - è data dai numeri attribuiti all’indice, pollice ed anulare della mano destra;
  3. Numero – è dato dai numeri attribuiti al medio e mignolo della mano sinistra e destra.

 

Questa classificazione, indirizzata principalmente per l’identificazione delle persone sottoposte a rilievi fotodattiloscopici, era eseguita a “mano” dal personale della Polizia Scientifica, dattiloscopisti, A livello nazionale dalla 2^ divisione, 1^ sezione – identità preventiva, del Servizio Centrale di Polizia Scientifica, con sede in Roma, dove era esistente il Casellario di identità nel quale confluivano tutti i cartellini fotosegnaletici di tutte le Forze di Polizia nazionali. A livello locale, limitatamente alle aree di competenza territoriale, dal personale dattiloscopista in servizio presso i 14 Gabinetti Regionali o Interregionali di Polizia Scientifica. Come a “mano” era eseguita l’assunzione delle impronte, ovvero passando con un rullo intriso d’inchiostro nero i polpastrelli delle dita ed il palmo della mano, per poi trasferire per contatto l’impronta sul cartellino dattiloscopico.

Con l’evento della digitalizzazione tutto il materiale cartaceo del Casellario d’identità Centrale è stato inserito all’interno di una banca dati nazionale denominata A.F.I.S. ( Automatic fingerprint Identification System). Nel sistema confluiscono, digitalmente, tutti i nuovi fotosegnalamenti di tutte le Forze di Polizia del territorio nazionale. Nonostante l’introduzione del sistema informatico, però, l’attività dell’operatore dattiloscopista è sempre necessaria, in fase di immagazzinamento, per il controllo qualità del materiale da inserire, in fase di riscontro, dando il sistema una rosa di candidati compatibili, l’operatore darà la risposta definitiva sulla comparazione dell’identità. L’assunzione delle impronte, da inviare nel sistema, avviene mediante “scannerizzazione” dei polpastrelli e del palmo della mano.

Il sistema A.F.I.S., oltre alla catalogazione e memorizzazione delle impronte come identificazione preventiva, permette la ricerca e la comparazione, come attività di identità giudiziaria, tra il materiale in banca dati ed i frammenti d’impronta rinvenuti sulla scena del crimine.

Per quanto concerne l’identificazione preventiva generale e l’identificazione giudiziaria, il sistema A.F.I.S. opera solo sul nostro territorio Nazionale; lo stesso però, ha un collegamento con la Comunità Europea, con il sistema denominato EURODAC, dedicato solo ed esclusivamente al fotosegnalamento ed identificazione dei migranti richiedenti Asilo Politico. Questo sistema opera solo ed esclusivamente per quanto concerne l’identità preventiva e non ha applicazione in quella giudiziaria per la comparazione di frammenti d’impronta provenienti dalla scena del crimine.

Fin qui ho trattato le impronte digitali come mezzo di identificazione in senso generale, comunemente chiamata “identità preventiva”, ora scendiamo nella parte, probabilmente più interessante, “L’identità giudiziaria”, ovvero l’identificazione del reo mediante i frammenti di impronte papillari, siano esse digitali che palmari, rinvenute sulla scena del crimine, pura parte criminalistica.

Le tipologie di impronte rinvenibili sulla scena del crimine sono molteplici e la loro classificazione varia in base  alle modalità tattili o di pressione con cui sono state lasciate o del substrato su cui sono state depositate.

Quindi potremmo avere: “impronte bidimensionali” quando si ha uno schiacciamento della zona centrale; “impronte tridimensionali” prodotte per contatto di materiale malleabile con riproduzione fedele della forma; “impronte visibili”; “impronte latenti” la cui evidenziazione richiede metodi fisici o chimici; “impronte negative o per asportazione” si generano asportando materiale dal supporto toccato (polvere, cenere ecc.); “impronte positive o per sovrapposizione” il disegno dell’impronta, a mò di timbro, è stato lasciato trasferendo altre sostanze sulla superficie toccata ( vernice, sangue, inchiostro, grasso ecc.).

Nel prossimo articolo parlerò della costituzione naturale, biologica, delle impronte, dei sistemi di evidenziazione delle impronte latenti e di documentazione e repertazione di tutte le forme di impronte papillari rinvenibili sulla scena del crimine.

Per concludere volevo ribadire una precisazione, spesso si usa, anche impropriamente, il termine “impronte digitali”, il termine corretto, come ho detto anche sopra deve essere “impronte papillari” essendo il termine “digitale” riferito precisamente ad un’unica tipologia d’impronta; nell’analisi del prossimo articolo, infatti, parlerò delle “impronte papillari”, specificatamente, quelle “digitali” riconducibili alla terza falange delle dita delle mani e di quelle “palmari” riconducibili alla prima e seconda falange delle dita delle mani e di tutto il palmo della mano.

 

 

 

                                                                                                          Accattoli Gabriele

1 commento

  • 0  19/10/2019 15:43  Chiara

    Bello...in attesa del prossimo articolo!!!

    SONO FAVOREVOLE!SONO CONTRARIO!

    0  0   Rimuovi


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