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Domenica, 20 Ottobre 2019  Asterio Tubaldi  Stampa  407 

LA SCENA DEL CRIMINE E SOPRALLUOGO DI POLIZIA GIUDIZIARIA  (diciassettesima parte)

LA SCENA DEL CRIMINE E SOPRALLUOGO DI POLIZIA GIUDIZIARIA (diciassettesima parte)

Rilievi dattiloscopici e impronte seconda parte

Continuiamo con le impronte; nel precedente articolo ho indicato il significato in criminalistica di impronte, accennando le diverse tipologie delle stesse, sia umane che di altro genere, dando ampio spazio alle impronte di creste papillari della mano, alla loro classificazione per tipologia,  alla classificazione “Gasti” relativa all’identità preventiva e lo studio delle creste papillari esistenti nella parte interna delle mani e dei piedi, ovvero la Iofoscopia, disciplina dalla quale deriva come branchia la dattiloscopia, che si occupa specificatamente dello studio delle sole impronte digitali. .

Ci eravamo lasciati introducendo l’argomento delle impronte sulla scena del crimine e relativa identità giudiziaria.

Prima di continuare desideravo fare una puntualizzazione; abbiamo visto che le “impronte digitali”, individuabili nella terza falange delle dita, il polpastrello, si dividono in tre zone prendendo in considerazione l’andamento ed il disegno delle linee, le “impronte palmari”, individuabili nella prima e seconda falange delle dita e tutto il resto del palmo della mano, si dividono anche esse in tre zone, ma a differenza delle prime si identificano secondo una divisione geometrica della mano: Zona superiore o basale – la troviamo alla base delle dita; Zona tenare; Zona ipotenare.

Nel significato di “impronta” abbiamo visto che lo stesso, in linea generale, indica un’alterazione di una superfice per il contatto con un altro corpo; il significato, invece, di impronte di creste papillari lo troviamo analizzando la cute umana.

Questa è formata da una lamina profonda denominata “derma” e da una superficiale denominata “epidermide” presente sulla superficie più esterna dei polpastrelli, del palmo della mano e nella pianta dei piedi. L’epidermide è rappresentata dai rilievi che corrispondono alla sporgenza delle sottostanti creste delle papille del derma, sono separati tra loro da solchi e disegnano delle linee chiamate “papillari”.

Il contatto delle linee papillari, o creste, con una superfice, rilascia, come ho già detto nell’articolo precedente, a mò di timbro, il disegno delle stesse, nelle modalità già indicate, ovvero per spostamento di materiale, per sovrapposizione o per impressione su materiali molli.

Quando l’impronta rinvenuta sulla scena del crimine è visibile la stessa va documentata fotograficamente e, se possibile, l’oggetto sul quale si trova repertato; ma se l’impronta è “latente”, non visibile, si deve andare alla sua ricerca con i metodi di “evidenziazione”, che principalmente sono: meccanici – con polveri; chimici – Ciano-acrilato, Iodio, Ninidrina; per fluorescenza – Ninidrina e Sali metallici, D.F.O., polveri fluorescenti; fisici – metallizzazione.

Ovviamente non tutti i metodi che ho citato sono praticabili ed applicabili sulla scena del crimine, alcuni di essi vanno eseguiti in laboratorio e richiedono tempi di esecuzione e procedure particolarmente impegnative, richiedendo tra l’altro un’attenzione  di procedibilità relativa agli “atti ripetibili” ed “atti irripetibili”, ma questo aspetto lo vediamo più avanti.

I metodi di evidenziazione che ho citato vanno ad interagire con la sostanza naturale che le creste papillari hanno lasciato sull’oggetto toccato.

L’impronta papillare latente è costituita da secrezioni naturali prodotte da tre tipi di ghiandole superficiali, quelle “sudoripare eccrine ed apocrine” e quelle “sebacee”, per le impronte digitali, mentre quelle palmari e plantari sono caratterizzate solo da ghiandole “eccrine”.

I componenti principali di queste secrezioni sono acidi amminici, urea, acido urico, acidi grassi e componenti inorganici quali cloruri, solfati, fosfati; la componente principale delle secrezioni è costituita da acqua per circa il 98%.

Fatta questa presentazione andiamo vedere i svariati metodi di evidenziazione di impronte latenti e come scegliere quello giusto. La scelta del metodo da utilizzare deve tener conto principalmente di due elementi fondamentali, il primo la superficie sulla quale si va a fare la ricerca, il secondo il tempo, trascorso dal momento in qui l’impronta è stata lasciata.

Questo secondo elemento, il tempo trascorso, per alcune tipologie di “superfici” sulle quali sono state lasciate le impronte è fondamentale; l’avevo detto anche nel precedente articolo, le impronte non sono sempre permanenti, possono essere soggette ad alterazioni e degrado, la velocità di deterioramento dipende principalmente dall’influenza della contaminazione esterna, ovvero, esposizione al sole, polveri, umidità, o qualsiasi altra sostanza presente nell’atmosfera o nell’ambiente.

Il metodo di evidenziazione comunemente più usato sulla scena del crimine, sicuramente anche il più semplice, è senza dubbio quello meccanico con polveri. Consiste nel “trasportare” con un apposito pennello, della polvere sulla superficie dove si ritiene possa essere presente l’impronta; la parte umida e grassa della stessa assorbe e trattiene la polvere.

Le polveri utilizzate sono composte, generalmente, da un polimero resinoso o sale inorganico, che viene assorbito dai costituenti dell’impronta, e da un colorante  che si fissa sul polimero o sale dando cosi visibilità al disegno dell’impronta.

I coloranti più comunemente usati sono carbone, biossido di manganese ed ossido ferrico; i polimeri sono gel di silice o amido; i Sali inorganici sono carbonati di zinco, di bario e di magnesio.

La scelta della polvere è principalmente in funzione del colore della superficie sulla quale dovrà essere utilizzata allo scopo di avere un buon contrasto cromatico. Le polveri possono essere di colori standard, generalmente nera, grigia, bianca e rossa, ma si possono utilizzare polveri chiamate “cangianti” che hanno la proprietà di prendere un colore auto contrastante con quello della superficie, o polveri fluorescenti che prendono colore se esposte a raggi UV.

I pennelli attualmente più comunemente usati sono in fibra di vetro o di carbonio, o un qualsiasi pennello molto morbido, tipo quelli da “trucco”. Un tipo di pennello molto usato  nel passato, e comunque sempre valido, è quello con fibra di “rayon”, chiamato anche seta artificiale o seta del legno.

Sempre in tema di metodi meccanici è interessante il “pennello magnetico” da utilizzare con polvere magnetica. Il metodo è indirizzato principalmente per l’evidenziazione di impronte su superfici cartacee, ma può dare buoni riscontri anche su altri materiali. Il pennello magnetico è costituito da un cilindro metallico, tipo una penna, con la parte terminale modellata a sfera. Al suo interno scorre un’astina, tipo stantuffo, al termine della quale è collocato un magnete. Abbassando completamente l’astina, il magnete va a contatto con la parte sferica del cilindro e questa attira a se la polvere creando un “ciuffo”, lo stesso si utilizzerà a mò di pennello per trattare le superfici dove si ritiene possano esserci impronte latenti.

La polvere magnetica è semplicemente graffite, a contatto con l’impronta colora la stessa di nero. Ovviamente il pennello magnetico non può essere utilizzato su superfici metalliche o che non hanno un colore idoneo a creare un contrasto cromatico con il nero della polvere.

Il sistema di evidenziazione con le polveri, per quanto semplice, ha dei forti limiti temporali, infatti, le impronte di creste papillari tendono ad asciugare entro i tre giorni dalla loro deposizione, ed essendo la parte umida e grassa quella che va ad interagire con le polveri, venendo a mancare, la ricerca darebbe un esito negativo. Come orientamento professionale in ambito di Polizia Scientifica, l’impiego delle polveri va effettuate entro le 100 ore successive al presunto momento che si ritiene sia stata lasciata la stessa.

Facciamo un chiarimento, l’impronta trascorse le 100 ore non è detto che si cancelli; su materiali non assorbenti rimangono comunque tracce  degli enzimi che possono ancora reagire con altre sostanze chimiche per periodi più lunghi; nei materiali assorbenti, invece, tipo la carta, la parte organica assorbita ed essiccata, potrà ancora reagire anche dopo tempi lunghissimi, anche decenni.

Se sono trascorse le canoniche 100 ore, ovvero se per agenti esterni si presume che l’impronta si sia essiccata, esempio una superficie esposta al sole diretto, il metodo delle polveri non potrà più essere utilizzato. E qui si complicano le attività di ricerca; se l’oggetto da sottoporre ad indagine dattiloscopica è piccolo, ovvero di dimensioni che ne permettano la repertazione, lo stesso si assicura e poi si procederà in laboratorio con altre metodiche che più avanti vedremo, se invece l’oggetto è più ampio o di grandi dimensioni, e la repertazione non risulta possibile, si dovranno scegliere altri metodi idonei all’esigenza.

Il metodo che potrebbe dare una risposta positiva ed utile ad evidenziare impronte latenti trascorse le 100 ore, è l’esposizione della superficie ai vapori di “ciano-acrilato”. Questo metodo è indicato principalmente per trattare superfici di materiale plastico, però, in casi particolari può dare buoni risultati anche su altri materiali come vetro, ceramica ecc.

Il ciano-acrilato è una sostanza chimica che comunemente troviamo nelle colle a rapida presa presenti in commercio. Il prodotto, posto in un ambiente, a contatto con umidità e calore, genera dei vapori che si vanno a depositare sull’impronta interagendo con le componenti biologiche che la costituiscono. La reazione dei vapori con l’impronta permette che quest’ultima si colori di bianco mettendo in evidenza tutto il disegno. Per le indagini dattiloscopiche della Polizia Scientifica, si trovano in commercio bustine monouso contenenti alte quantità di ciano-acrilato che, con l’ausilio di umidificatori e generatori di calore, accelerano la formazioni di vapori.

Con questo metodo, sulla scena del crimine, si può procedere in due diverse maniere, la prima sigillare l’area d’interesse, come ad esempio l’abitacolo di un’autovettura, e far evaporare il Ciano-acrilato; il secondo, con l’ausilio di un “cannello” auto riscaldato alimentato a gas, si vaporizzare il ciano-acrilato direttamente sulla porzione di superficie che ci interessa.

In laboratorio il sistema è lo stesso, si pone l’oggetto all’interno di una teca, sigillata, dove si espone ai vapori di ciano-acrilato in bustina o con il “cannello”.

Per i più curiosi ed interessati, propongo un piccolo esperimento da poter fare a casa. Occorre fornirsi di un contenitore sigillabile, ad esempio un semplice barattolo di vetro o una scatola metallica, un tubetto di colla a rapida presa a base cianacrilica (senza voler fare pubblicità un prodotto ottimo al nostro caso è Loctite Super Attak), un oggetto in plastica che entri nel contenitore (l’oggetto deve avere pareti lisce e per avere un buon riscontro cromatico sarebbe meglio se di color nero o comunque scuro) e del nastro adesivo. Organizzato il materiale procediamo nel porre una nostra impronta sull’oggetto in plastica, basta semplicemente toccarlo, una sola volta per evitare la sovrapposizione di impronte, adagiamo l’oggetto sul fondo del contenitore, non dalla parte dove abbiamo toccato che deve rimanere libera. Fatto questo poniamo sul fondo del contenitore, non a contatto con l’oggetto, alcune gocce della colla, se necessario utilizziamo un piccolissimo contenitore che potremmo modellare noi stessi con della carta d’alluminio. La quantità di colla da utilizzare è in funzione delle dimensioni del contenitore, ad esempio, per un barattolo in vetro da 250 ml possiamo mettere 8/12 gocce, ovviamente è meglio abbondare. Depositata la colla chiudiamo il contenitore con il suo coperchio, sigilliamo con del nastro adesivo e lasciamo lavorare i vapori per non meno di 12 ore lontano da luce solare diretta o forti fonti di calore. Trascorso il tempo indicato, aprite il contenitore tenendolo a distanza dal volto, potrebbero ancora esserci residui di vapore i quali sarebbe opportuno non inalare, estraete l’oggetto ed osservate le vostre impronte.

Qui mi fermo, nel prossimo articolo continueremo con i metodi di evidenziazione delle impronte, la problematica legale degli atti ripetibili ed irripetibili in seno alle impronte digitali e la lavorazione delle impronte evidenziate e rinvenute.

                                                                                                          Accattoli Gabriele

2 persone hanno espresso la loro opinione ed aspettano la tua!

  • 0  03/11/2019 10:55  Chiara

    Bello!!! Interessante!!!

    SONO FAVOREVOLE!SONO CONTRARIO!

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  • 1  21/10/2019 08:33  Anonimo962

    molto interessante!!!

    SONO FAVOREVOLE!SONO CONTRARIO!

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