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Domenica, 27 Ottobre 2019  Asterio Tubaldi  Stampa  418 

LA SCENA DEL CRIMINE E SOPRALLUOGO DI POLIZIA GIUDIZIARIA   Rilievi dattiloscopici e impronte

LA SCENA DEL CRIMINE E SOPRALLUOGO DI POLIZIA GIUDIZIARIA Rilievi dattiloscopici e impronte

terza parte

Nel precedente articolo abbiamo visto alcuni sistemi per rilevare le impronte papillari  latenti, sistemi applicabili direttamente sulla scena del crimine, oggi continuiamo con altri sistemi da utilizzare in laboratorio su cose repertate.

Prima di procedere devo però fare una puntualizzazione non di poco conto, ovvero gli “atti ripetibili” ed “atti irripetibili”. Questa distinzione in seno all'attività di Polizia Giudiziaria, Polizia Scientifica o criminalistica in genere, è molto importante prenderla inconsiderazione.

L'importanza deriva, ovviamente, dalla legittimità o illegittimità degli atti eseguiti, e di conseguenza l’eventuale  non ammissibilità in fase processuale degli stessi.

La distinzione tra ripetibili ed irripetibili; i primi permettono indagini sulle cose senza modificarne la natura, distruggerle o alterale, mentre gli altri, una volta esperiti non permettono più di ripetere gli accertamenti perché la cosa sarà distrutta, alterata o modificata o comunque, anche senza la diretta influenza avrà una modificazione. Ad esempio, i rilievi fotografici sul cadavere, di fatto, non modificano o alterano lo stesso, ma dopo la rimozione del cadavere i rilievi fotografici su di esso nel contesto della scena del crimine non potranno più essere eseguiti. Per questo, in senso generale, i rilievi tecnici effettuati sulla scena del crimine sono atti irripetibili.

La questione è disciplinata, in particolare da due articoli del codice di procedura penale, il primo, l'articolo354, che abbiamo già visto nei precedenti articoli, ed il secondo l'art. 360 dello stesso codice.

L'art. 354, accertamenti urgenti sui luoghi, sulle cose e sulle persone, dà la possibilità ,in caso di urgenza o nelle condizioni che lo cose si possano alterare, distruggere o modificare, di eseguire, anche se irripetibili, tutti i rilievi necessari del caso; l'art. 360, accertamenti tecnici irripetibili, pianifica un'attività d'indagine, anche  tecnica, gestita dal magistrato titolare delle indagini, permettendo alle parti, persona indagata e parte offesa, di assistere, tramite consulenti di fiducia,  allo svolgimento degli accertamenti tecnici. Gli accertamenti irripetibili disposti dal magistrato possono essere esperiti dopo aver fissato la data per il loro esame e dato avviso alle parti.

L'argomento è talmente ampio e pieno di controversie, che per trattarlo compiutamente non basterebbe un articolo, ma un vero e proprio trattato, una tesi di laurea, quindi mi limito a dare delle spiegazioni generiche portando degli esempi.

La ricerca di impronte papillari su un mobile della scena del crimine, nell'immediatezza, se pur un atto irripetibile, può essere eseguita perché la rimozione del mobile, oltre a creare problemi tecnico/logistici, potrebbe compromettere la salvaguardia e la conservazione delle superfici da ispezionare; la stessa indagine su un coltello, pistola, o qualsiasi altro oggetto che permette una repertazione sicura e genuina, potrebbe ricadere nella non necessità dell'urgenza dell'atto.

La ricerca di impronte su materiale cartaceo di grandi dimensioni, come ad esempio scatoloni, o su documenti che non vi è la certezza che il reo li abbia toccati, potrebbe rientrare nell'ipotesi del 354, ma se abbiamo un foglio di carta, una missiva, un messaggio, con la certezza che lo stesso sia stato toccato o lasciato o spedito dal reo, tipo una lettera anonima con minacce di morte o altro tipo di reato, la necessità dell'urgenza va a scemare, anche perché come ho detto nel precedente articolo, le impronte sulla carta restano evidenziabili  per anni.

Ho fatto due esempi relativi all'indagine dattiloscopica, ma la regola vale per qualsiasi atto che possa portare alla distruzione  della prova. Un esempio; i rilievi per la ricerca dei residui dello sparo, il primo atto, sulle mani del presunto reo, è un atto irripetibile che necessita di tutte le garanzie di legge, mentre il successivo esame sui tamponi utilizzati permette ripetute analisi senza danneggiare o alterare niente, pertanto un atto ripetibile.

Il tutto è ulteriormente regolato da un altro aspetto, gli atti d'iniziativa, seppur irripetibili, svolti sulla scena del crimine ai sensi dell'art.354 danno un'ampia interpretazione applicativa, mentre, una volta repertato un oggetto, e di conseguenza sottoposto a sequestro penale, di fatto la Polizia Giudiziaria perde qualsiasi possibilità di eseguire atti irripetibili su lo stesso perché, il Magistrato che ha convalidato il sequestro, titolare delle indagini, diventa il “tutore” di quanto sequestrato e senza il suo consenso non si possono eseguire attività che potrebbero compromettere la genuinità e la conservazione dello stesso.

Fatta questa veloce premessa, riprendo con le tipologie di esami, indagini dattiloscopiche, che si possono eseguire anche in  laboratorio.

I metodi che si possono eseguire anche in laboratorio sono diversi in base all'oggetto da sottoporre alla ricerca. Su oggetti in plastica, metallo, vetro e ceramica, o comunque con superfici lisce, il metodo più comunemente usato, che dà riscontri positivi anche dopo diversi giorni dalla deposizione dell'impronta, è quello che ho già presentato nell'articolo precedente, l'esposizione ai vapori ciano-acrilici. Dopo lo sviluppo con cianoacrilato possono essere applicate alcune soluzioni coloranti per migliorare il contrasto cromatico delle impronte su superfici di colore chiaro. I metodi di applicazione dei coloranti sono l’immersione, la tamponatura e l’irrorazione. Una volta applicato il colorante, l’impronta viene sciacquata con acqua e lasciata ad asciugare. All’esame con luci forensi  si noterà la fluorescenza del reagente .

Quando invece la ricerca deve essere esperita su materiale cartaceo, abbiamo diverse alternative; il più veloce e pratico è quello di sottoporre l'oggetto ai ”vapori di iodio”; il metodo è abbastanza semplice, esistono in commercio delle “pipette” contenenti Sali di iodio, soffiando all'interno delle stesse, si creano dei vapori che una volta raggiunto l'oggetto, fanno sviluppare ed  evidenziare l'impronta. Il sistema non richiede particolari attrezzature, ma ha un limite, l'impronta evidenziata non rimane impressa, ma piano piano scompare di nuovo e per fissare la stessa occorre, abbastanza velocemente, intervenire fotograficamente.

Per avere un riscontro “fissato” su carta, legno non verniciato, o comunque superfici porose, si possono utilizzare altri due metodi, uno di questi è la “Ninidrina”; sostanza chimica che reagisce con gli aminoacidi contenuti nel sudore, sviluppando un'intensa colorazione viola del disegno lasciato dalle creste papillari. L’altro metodo è il “D.F.O”; anche questo sistema reagisce con gli amminoacidi presenti nelle impronte. Un’impronta sviluppata con DFO è meno visibile con luce bianca rispetto ad una trattata con Ninidrina, ma se illuminata con luce verde l’impronta evidenziata avrà una visibilità più intensa.

Altro metodo è l’utilizzo di “argento-nitrato”, questo reagisce con il cloruro  di sodio presente nel sudore che per reazione chimica produce cloruro di argento, quest'ultimo, esposto alla luce  lascia un deposito nero che rende visibile il disegno dell'impronta.

            Poi abbiamo un reagente specifico per rilevare le impronte lasciate sul lato adesivo di nastri ed etichette, il Gentian Violet, una soluzione colorante a base di Crystal Violet che reagendo le impronte conferisce loro una colorazione viola.

Questi sistemi sono sicuramente efficaci, permettono di evidenziare impronte anche datate, e per tanti esistono in commercio confezioni tipo spray da utilizzare anche direttamente sulla scena del crimine; però richiedono attenzioni particolari ed idonei luoghi per la trattazione in quanto altamente tossici e pericolosi; ad esempio, il Gentian Violet ha come componente il fenolo, un veleno, e deve essere usato con la massima cautela.

Abbiamo visto come evidenziare le impronte latenti, ma ora dobbiamo vedere come produrre un elemento idoneo alle ulteriori indagini di comparazione, ovvero, se rinveniamo un'impronta su un bicchiere, non possiamo portare il bicchiere in processo e tantomeno dare lo stesso al dattiloscopista per le sue attività di ricerca, identificazione e confronto, quindi, quell'impronta evidenziata dovrà essere prima di tutto assicurata, poi lavorata.

L’assicurazione può avvenire in tre modi; se l’oggetto su cui è stata rilevata l’impronta lo permette, come una lettera minatoria, ovvero un qualsiasi oggetto dove l’impronta si sia fissata definitivamente, ad esempio con l’utilizzo del sistema dei ciano-acrilati, lo stesso va debitamente confezionato e conservato fino all’utilizzo in udienza come prova, fermo restando la documentazione fotografica. Se l’oggetto su cui viene evidenziata l’impronta, con sistemi che fissano la stessa, è di dimensioni che non permettono la conservazione, pensiamo ad esempio all’abitacolo di un’autovettura sottoposta ai vapori ciano-acrilici, l’impronta viene riprodotta fotograficamente. Se l’impronta viene evidenziata con polveri, quindi distruttibile ed alterabile se toccata, la stessa viene asportata con l’ausilio di appositi “gommini” adesivi che ne garantiscono l’integrità nell’asportazione e la successiva conservazione.

Le impronte visibili, quelle lasciate per asportazione o per sovrapposizione di materiale, nel precedente articolo indicate anche con “negative e positive”, o per contatto con materiale malleabile, vanno riprodotte ed assicurate fotograficamente, se l’oggetto dove le stesse sono state lasciate lo permette, sarà repertato.

In tutti i casi dove si procede con la fotografia, l’impronta va accostata da un riferimento metrico “stricetta metrica” che servirà, come vedremo più avanti, per riprodurre la stampa fotografica a “grandezza naturale”.

Per la lavorazione dell’impronta il sistema è quello fotografico; ma la cosa non è così semplice come può sembrare. In base al metodo di evidenziazione dell'impronta, la stessa ci si presenterà in tre diversi aspetti, “positiva”, ”negativa”, “speculare”.

Lo scopo della lavorazione fotografica, oltre all’inserimento nel fascicolo dei rilievi tecnici, è quello di produrre al dattiloscopista un’immagine idonea alla comparazione dell’impronta rinvenuta con quelle archiviate nel casellario. La presentazione dell'argomento potrebbe sembrare difficile e confusionaria, ma se si presta un po’ di attenzione non parliamo di cose stratosferiche.

Per prima cosa dobbiamo chiarire il concetto di impronta ”madre”, ovvero quella con la quale si andrà ad effettuare la comparazione. l'impronta madre è quella assunta sul cartellino fotodattiloscopico e conservata nello schedario d’identità, ovvero il “timbro” lasciato dalle creste papillari intrise di inchiostro o scannerizzate, con un disegno di colore nero su sfondo bianco, un’impronta “positiva” come quella indicata  per sovrapposizione di materiale.

Per procedere alla comparazione dobbiamo riportare l'impronta rinvenuta e fotografata nella stessa forma dell'impronta madre, disegno nero, o scuro, su fondo bianco e verso positivo.

            Qui però mi devo fermare, rischiamo di diventare troppo lunghi, nel prossimo articolo illustrerò i sistemi di lavorazione fotografica, i punti caratteristici che delineano la comparazione dattiloscopica e l’utilità legale dell’impronta.

                                                                                                          Accattoli Gabriele

1 commento

  • 0  13/11/2019 22:36  Chiara

    Bello!!!

    SONO FAVOREVOLE!SONO CONTRARIO!

    0  0   Rimuovi


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