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Martedì, 05 Novembre 2019  Asterio Tubaldi  Stampa  894 

LA SCENA DEL CRIMINE E SOPRALLUOGO DI POLIZIA GIUDIZIARIA

LA SCENA DEL CRIMINE E SOPRALLUOGO DI POLIZIA GIUDIZIARIA

  Rilievi dattiloscopici e impronte quarta parte

Ci eravamo lasciati con l’ultimo articolo dove avevo accennato alla lavorazione fotografica delle impronte di creste papillari rinvenute sulla scena del crimine.

Giusto per specificare un termine più tecnico, le impronte rinvenute sulla scena del crimine, generalmente, si indicano come “frammenti di linee papillari” o “porzioni”.

La lavorazione fotografica ha lo scopo di riportare il frammento di linee papillari rinvenute, nello stesso stato di presentazione dell’impronta madre, quindi, creste nere su sfondo bianco e verso “positivo”.

La necessità di lavorazione dipende da quale metodo di evidenziazione è stato utilizzato, ovvero, ad esempio, se l’impronta è stata evidenziata con il pennello magnetico e polvere nera, su un foglio bianco, la semplice riproduzione fotografica ci darà la stessa presentazione dell’impronta madre; se invece il frammento d’impronta è stato evidenziato con ciano-acrilati su una superfice scura, l’impronta si presenterà, cromaticamente parlando, invertita nei colori, creste bianche su sfondo nero;  se invece l’impronta è stata evidenziata con polvere di alluminio, quindi creste bianche, ed asportata con un gommino scuro, avremmo, oltre alla conversione dell’aspetto cromatico, anche una riproduzione invertita, speculare, del disegno.

Teniamo presente che le polveri classiche possono essere nere, argento, bianche e rosse, poi abbiamo le polveri fluorescenti, generalmente gialle, arancioni e verdi, polveri “cangianti” che adattano il colore rispetto ad un automatico contrasto cromatico con la superficie. I gommini per l’asportazione sono di due tipi e due colori; possono essere bianchi o neri direttamente nella parte adesiva con la quale si asporta l’impronta, generando un’impronta invertita di posto, ovvero, sempre con sfondo nero o bianco, ma la parte adesiva che asporta l’impronta è trasparente che sarà poi adagiata sullo sfondo, pertanto riprodurrà automaticamente la rotazione del disegno.

Con i moderni sistemi fotografici l’operazione è semplice, l’impronta si scannerizza, poi con un semplice programma fotografico basta usare il comando “inverti” per avere le linee delle creste da chiare a scure, ed usare il comando “rotazione speculare” per invertire il disegno delle stesse.

L’importanza particolare l’ha la “striscetta metrica”, la stessa ci permette di riprodurre l’impronta a “grandezza naturale”, allo scopo di avere la stessa dimensione dell’impronta madre con la quale si andrà a fare la comparazione.

Quando l’operazione doveva essere effettuata con la fotografia analogica, tradizionale, per i frammenti da invertire di posto e/o colore, l’operazione era molto più complessa, si doveva fotografare il frammento, poi una volta sviluppata la pellicola, si doveva riprodurre la stessa con un’altra pellicola, mettendo le due pellicole a contatto tra loro, con un’apposita macchina, scegliendo il verso della seconda pellicola se si doveva invertire solo il colore o anche il posto.

Un procedimento articolato e difficile da spiegare, ma in realtà più semplice di quanto possa sembrare, mi spiego: abbiamo un gommino nero con un disegno di creste papillari bianco, noi dobbiamo riprodurre fotograficamente il “negativo dello stesso…….. lo so, potrebbe non essere facile da capire.

Provo a spiegarlo meglio con l’idea, strampalata, che avevo avuto dopo tanti tentativi di trovare un sistema più veloce e con meno passaggi.

Ricordate quando in un altro articolo avevo detto che al Gabinetto Provinciale di Polizia Scientifica di Macerata aveva un banco ottico, in legno, del 1912 perfettamente funzionante? L’idea è ricaduta lì; partendo dal fatto che il prodotto fotografico finale era l’immagine del negativo, ho fatto una considerazione e mi sono posto una domanda, “…..ma se io nel contenitore della lastra fotografica, negativo, invece di inserire lo stesso, inserisco direttamente un foglio di carta sensibile da impressionare, avrò direttamente la stampa del negativo su carta…?” mi sono messo li, ho provato, ed il risultato è stato grandiosamente perfetto. Con un solo passaggio, usando una macchina fotografica dell’anteguerra, in legno su tre piedi, avevo prodotto la stampa fotografica dell’impronta invertita di posto e colore da passare ai dattiloscopisti per i successivi confronti.

Il metodo dava un risultato stupefacente, un’immagine fotografica pulita e dettagliata, molto più del sistema classico, al punto che ancora oggi i miei colleghi della Scientifica di Macerata, per impronte importanti o poco nitide, dove occorre una più accurata lavorazione, utilizzano questo sistema.

Direi di chiudere qui l’argomento della lavorazione per passare alla comparazione dell’impronta.

Le impronte papillari sono uniche, questo l’ho già focalizzato nell’ampio spazio che ho dato alla storia, e questo aspetto permette l’identificazione di una persona, non esistendo due impronte papillari “uguali” tra loro.

Ma la particolarità per una dimostrazione di identità dattiloscopica non è data dal “disegno” che le creste delle linee papillari formano, questo potremmo trovarlo uguale o simile in tanti soggetti; la particolarità è data dalle interruzioni e dalle intersezioni, da piccoli tratti e isolette o occhielli ed altro che le linee creano all’interno del disegno, elementi chiamati “punti caratteristici”.

Questi punti caratteristici sono ben delineati ed identificati, e la loro posizione dà la vera caratteristica di “unicità” dell’impronta; l’interruzione o biforcazione delle linee sono indicate come “linea interrotta a destro o a sinistra” e “biforcazione a destra o a sinistra”.

La presenza e la posizione di questi punti caratteristici definiscono “l’identificazione dattiloscopica” per la quale occorrono almeno 16 o 17 punti caratteristici per potere stabilire con certezza che quel frammento o porzione d’impronta papillare appartenga ad una determinata persona.

La quota sopraindicata, 16 o 17 punti, è stata teorizzata alla fine del 1800, primi del 900 dal Professore di Medicina Legale  Victor Baltahazard. Lo stesso sviluppò una sequenza matematica atta a stabilire quanti ponti caratteristici servissero per stabilire con certezza l’identità dattiloscopica. La teoria prodotta da Baltahazard stabiliva che le possibilità che due impronte presentassero 17 punti caratteristici uguali erano una su 17.179.869.184,00; da ciò ne derivò che, essendo la popolazione della terra di oltre 6.000.000.000 di individui, trovare due impronte uguali con una corrispondenza di 17 punti caratteristici era praticamente pari a zero.

Dopo questa teoria ne sono seguite diverse, prendendo anche in considerazioni porzioni di impronte ed altro, ma il risultato statistico è sempre stato lo stesso, percentuali di possibilità praticamente vicine allo zero.

In Italia, la parola definitiva sull’identità dattiloscopica con 17 punti caratteristici fu data il 14 novembre 1959 dalla 2^ sezione della Corte Suprema di Cassazione, che con la sentenza nr. 2559, affermava il principio che “ le emergenze delle indagini dattiloscopiche offrono senz’altro piena garanzia di attendibilità, anche quando esse riguardano solo una porzione del dito, sempre che dalle dette indagini risulti la sicurezza dell’identificazione dell’impronta attraverso l’esistenza di almeno 16.17 punti caratteristici uguali per forma e posizione”.

Quanto ho detto ed  esposto riguarda le impronte di creste papillari delle mani e piedi (digitali, palmari o plantari), ma in criminalistica esisto altre impronte che hanno interesse, spesso o quasi sempre, non utili a dare con certezza inequivocabile l’identità certa, però comunque utili a dare prove scientifiche idonee a fornire elementi di supporto alle indagini, trasformandosi poi in fase del dibattimento processuale come prove di fatto.

Mi riferisco, ad esempio, alle impronte di pneumatici, di calzature, di oggetti/strumenti effrattori, o di qualsiasi altra “impronta” lasciata da un qualsiasi oggetto inerente il reato.

Anche queste impronte, come quelle papillari, possono essere lasciate per asportazione o sovrapposizione di materiale, o per contatto con materiale più o meno modellabile.

Le tecniche per la riproduzione e conservazione di queste impronte sono diverse e in base alla loro natura. Fermo restando la fotografia, pilastro fondamentale per tutto, la tecnica più utilizzata è il “calco” dell’impronta che può essere eseguito con il gesso o con altri materiali plastici modellanti..

Qui chiudo l’argomento rilievi dattiloscopici ed impronte, e contestualmente si chiude anche il capitolo relativo ai rilievi tecnici sulla scena del crimine. Il percorso degli articoli inerenti la criminalistica avrà un seguito, sono ancora tanti gli argomenti da trattare, però desidererei prima suscitare la vostra curiosità con aspetti di “criminologia” nonché racconti ed analisi di storie vere.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

 

 

                                                                                                          Accattoli Gabriele

1 commento

  • 0  13/02/2020 23:18  Chiara

    Ottimo!!!

    SONO FAVOREVOLE!SONO CONTRARIO!

    0  0   Rimuovi


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