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Domenica, 12 Gennaio 2020  Asterio Tubaldi  Stampa  820 

CRIMINOLOGIA – i serial killer italiani – Michele Profeta

CRIMINOLOGIA – i serial killer italiani – Michele Profeta

 

Oggi presento un altro caso di serial killer italiano, premettendo che la storia, come per tutti gli altri casi dei serial killer che ho già presentato, desidero proporla come analisi ed applicazione delle nozioni di criminologia delle quali ho parlato nei miei precedenti articoli; nonché di affrontarlo come risposta a due domande. La prima: dove possiamo individuare il limite, la linea di confine, tra il sentire voci, ed agire per ordine delle stesse, tra esigenza di scusante o ricerca dello sconto di pena, oppure una concreta manifestazione di schizofrenia? La seconda; possono delusioni economiche e professionali trasformare un uomo apparentemente sereno e normale in uno spietato serial killer?

            “…..ho sentito la voce, non me lo aspettavo, ho obbedito ugualmente. L’ho fatto fermare in via Malaman, ricordo, poi ho aspettato qualche istante finche’ la voce amica non si è fatta risentire, dicendomi che quella era la vittima sacrificale per il Dio del bene. Disse che dovevo colpire quell’uomo alla testa per evitargli di soffrire, ho obbedito facendo fuoco……non allontanatevi dalla retta via, quella del Signore, perché il male è sempre in agguato. Ho sempre avuto il senso della giustizia innato, tutto ciò che mi contrastava mi dava fastidio. Non ho mai urlato in vita mia, non sono mai andato in escandescenza e non l’ho mai fatto, non ho mai concepito gridare. D’altra parte, quando ci si trova in difficoltà, bisogna reagire, altrimenti non si è dei veri uomini. La storia del libero arbitrio dell’uomo è una sciocchezza, quello che siamo e che saremo è già scritto. La vita offre spesso coincidenze inspiegabili, come nel mio caso, il normografo, le pistole, le carte; io non sono colpevole e lo divento da un momento all’altro, beh, lasciamo stare, la vita è fatta così……..perchè non mettere la strizza allo Stato, quello Stato che con le sue leggi ingiuste e con i suoi abusi mi aveva tanto osteggiato, a me che avevo sempre combattuto le ingiustizie, che avrei voluto essere come John Wayne, a me che sono sempre stato tradito e mai compreso, capisci? Allora ho colto l’occasione ed ho scritto quelle lettere, e la strizza se la sono presa e come…..”

            Questa è la visione secondo Michele Profeta, un uomo di mezza età, colto, amante della lettura di classici e filosofi, riservato e mite, amante delle belle auto, moto, armi, dei vestiti eleganti e del gioco d’azzardo. Un uomo apparentemente normale che piace alle donne, un uomo dalla doppia vita sentimentale, famiglia ed amante, lontano dagli stereotipi che possono contraddistinguere un assassino violento.

            Michele Profeta era nato a Palermo il 3 ottobre 1947, secondogenito, un’infanzia apparentemente serena, se non per una figura materna autoritaria, molto su con l’età, che imponeva a Michele, come riferimento di vita, il fratello maggiore, esemplare di perfezione e superiorità. A 23 anni si sposa con Adriana dalla quale avrà due figli, matrimonio di rimedio, il suo vero amore era Concetta, la sua ex fidanzata dovuta lasciare per volontà/imposizione della madre. Trova lavoro come impiegato in un’agenzia immobiliare, ma la sua aspirazione era una vita nel mondo militare. Il matrimonio fallisce, si separa da Adriana e poco dopo si risposa, questa volta con Concetta, la vecchia fiamma, con la quale avrà due figli. Non contento di lavorare alle dipendenze di altri, ritenendo di avere le capacità per fare in proprio, apre una sua agenzia immobiliare. Le cose sembrano andare bene, fino a quando qualcosa incomincia a non funzionare; alcuni assegni emessi senza copertura e, in particolare, una denuncia per truffa da parte di una cooperativa di taxi che gli avevano affidato la pubblicità. Viene dichiarato il fallimento e Profeta si ritrova in mezzo alla strada l’agenzia immobiliare ed i taxisti, lo avevano rovinato, ricordiamoci questo passaggio.  Ma Michele non demorde, prova con un’attività di rappresentante di preziosi, non va, prova ad aprire un’agenzia come promotore finanziario. Per quest’ultima attività assume una segretaria, Antonella, che diventerà la sua amante. Ma purtroppo anche questa ultima attività non decolla, ha problemi finanziari, chiede un prestito alle banche che però non riuscirà ad onorare e finisce nelle maglie degli strozzini ai quali si era rivolto per cercare di sopravvivere. Braccato dagli usurai, non potendo coprire i tanti debiti accumulati, fugge da Palermo e si trasferisce in Veneto, era il 1996. Ovviamente non si limita a trasferirsi con Concetta e relativa prole, ma porta a suo seguito anche Antonella. La sistemazione nel Veneto la organizza prendendo una casa ad Andria (RV) dove porterà la residenza familiare con Concetta, ed un’altra abitazione a Mestre, per Antonella. Profeta trova lavoro a Padova in un’agenzia immobiliare, economicamente va bene, uno stipendio che si aggira sui 5.000.000 di lire al mese che posso permettere di mantenere famiglia ed amante; durante la settimana fa il pendolare da Mestre a Padova, vivendo con Antonella, per il fine settimana, da buon padre di famiglia, rientra ad Andria. Ovviamente le due donne sono completamente allo scuro di questa doppia vita, e ne verranno a conoscenza solo dopo l’arresto di Michele. Tutto sembra andare per il meglio, fin quando l’agenzia immobiliare di Padova per la quale stava lavorando, non viene a conoscenza dei suoi trascorsi palermitani e lo licenzia. Due case da mantenere, due donne, due figli e si ritrova, per tirare avanti, a distribuire volantini, e vivere di espedienti e lavori saltuari; lo stipendio non può bastare, un uomo che ama la bella vita, il lusso, le auto, le moto, il gioco d’azzardo, non può continuare quel tenore di vita con un umile e sottopagato lavoro come quello di distribuire i volantini, e qui avviene la svolta della sua vita.

            Il 12 gennaio 2001 trova la soluzione al suo affanno finanziario tentando un’estorsione allo Stato; invia una lettera al Questore di Milano, chiedendo la somma di 12 miliardi di lire, altrimenti avrebbe ucciso delle persone. La lettera, scritta con un normografo, recitava: “questo è un ricatto vogliamo 12 miliardi di lire altrimenti uccideremo persone a caso in qualsiasi città, dovete pubblicare questa inserzione sul Corriere della sera - offresi tornitore specializzato 12 anni di esperienza - ed un numero di cellulare entro il 15 gennaio 2001, se non ubbidirete dopo le prime uccisioni manderemo copia a TV e giornali e magari a qualcuno verrà voglia di imitarci, scateneremo il terrore”. La Questura di Milano non cestina la missiva anonima, gli da un certo peso, e il 15 gennaio successivo fa pubblicare l’inserzione come richiesto inserendo un contatto telefonico, un numero di cellulare. A quel numero arrivarono diverse chiamate relative all’offerta professionale, ma nessuna che potesse essere collegata al vero senso dell’operazione.

            Padova, 29 gennaio 2001, Profeta esce dal lavoro e si avvia per una passeggiata, quando ad un certo punto decide di fermare un taxi e procedere a bordo dello stesso. Era il taxi “Pisa 14”, alla guida un uomo di 38 anni, Pierpaolo Lissandron. Dopo aver percorso un breve tratto, siamo lungo via Malaman, Profeta dice al tassista di accostare e fermarsi, quando l’autovettura si ferma estrae la sua arma e spara un colpo alla nuca al malcapitato; senza che nessuno si accorgesse di niente, scende dall’autovettura e si allontana a piedi.

            Qualcuno nota il taxi fermo e cosa c’era all’interno, un uomo ferito, e chiama i soccorsi. Sul posto arriva personale del 118 il quale constata che Pierpaolo ha un foro “senza soluzione di continuità” alla base della nuca, probabilmente prodotto dallo sparo di un’arma da fuoco, ma è ancora vivo, una veloce corsa contro il tempo in direzione dell’ospedale dove, poco dopo e senza mai riprendere conoscenza, lo stesso muore.

            La Polizia giunta sul posto delinea fin da subito due elementi particolari, la bassa “professionalità” del killer che ha portato un colpo alla nuca troppo basso per essere immediatamente mortale; come secondo aspetto si rileva che l’agguato non aveva un fine predatorio, non era una rapina, infatti non erano stati presi gli effetti personali della vittima ed il portafoglio in bella vista, con l’incasso della giornata, circa 400.000 lire, non era stato toccato. Oltre a ciò, considerando che sulla scena del crimine non è stato ritrovato il bossolo, si valutò che l’arma del delitto poteva essere un revolver; a seguito delle indicazioni che poi arrivarono dall’autopsia, aveva sparato una cartuccia con l’ogiva non incamiciata (per chi non è del mestiere, l’ogiva è la parte della cartuccia che viene lanciata fuori dall’arma, il proiettile, l’incamiciatura è un rivestimento metallico che viene apposto intorno all’ogiva, alla quale fornisce una maggiore penetrazione all’impatto con il bersaglio; un’ogiva incamiciata può presenta lievi deformazioni dopo l’impatto, mentre un’ogiva non incamiciata, dopo l’impatto con il bersaglio, oltre a creare delle lacerazioni più significative, si deforma rendendo anche difficile l’immediata valutazione del calibro dell’arma usata)

            Per dare un quadro investigativo, per comprendere il movente ed identificare l’autore dell’agguato si va a verificare da prima la vita privata della vittima; separato da poco tempo, padre di due figli, ma niente portava a poter ritenere che l’azione fosse da attribuire a questo e non c’erano altri elementi per poter collegare l’omicidio ad altri aspetti concreti.

            Il 2 febbraio 2001, quattro giorni dopo l’omicidio del tassista, viene recapitata alla Questura di Milano un’altra lettera, scritta col normografo come quella del 12 gennaio, che recitava: “continueremo fino a quando non pubblicherete sul corriere della sera questa inserzione offresi tornitore specializzato 12 anni di esperienza – padova 1”. Certo, lì per lì, alla Questura di Milano si saranno chiesti “che cosa continueranno a fare?”, ma la risposta non tarda ad arrivare, quella firma “padova 1” porta subito a collegare l’omicidio avvenuto pochi giorni prima a Padova, con il mittente anonimo delle missive. Subito si provvede a far pubblicare l’inserzione, ma ancora nessun contatto.

            Profeta continua con il suo progetto, contatta un’agenzia immobiliare per l’affitto di un bilocale al centro di Padova, si presenta come il Sig. Pertini e fissa un appuntamento per il giorno 10 febbraio 2001, 12 giorni dopo il primo omicidio. All’appuntamento si presenta un dipendente dell’agenzia, Walter Boscolo, che insieme a Profeta raggiungono l’appartamento. Una volta all’interno l’assassino estrae la pistola ed uccide con tre colpi alla nuca il povero ragazzo. Nessuno sente gli spari, nessuno si accorge di nulla; l’allarme viene dato l’indomani dalla fidanzata del Boscolo. La ragazza preoccupata che Walter non era rincasato, la mattina successiva contatta i colleghi dell’agenzia, insieme a loro verificano il luogo dell’ultimo appuntamento e si dirigono sul posto. Al loro arrivo trovano la macchina della vittima parcheggiata, salgono verso l’appartamento e trovandolo chiuso chiamano i soccorsi per verificare se il giovane era all’interno. La Polizia, con l’ausilio dei vigili del fuoco, entra nell’appartamento, trovano il corpo di Walter riverso, a bocconi, sul pavimento della cucina sopra ad un’abbondante chiazza di sangue.

            Anche questa scena del crimine dà i primi input investigativi, non si tratta di rapina, alla vittima non è stato asportato nessun effetto personale o soldi, non ci sono bossoli, quindi l’arma usata è probabilmente un revolver; ma la cosa più importante è la “firma” del killer, su un tavolino, vicino al borsello della vittima, si osservano due carte da gioco, un re di cuori ed uno di quadri ed una missiva. La lettera presenta le stesse caratteristiche delle altre due, è scritta con il normografo e si legge “anche questa non è una rapina, contattate il Questore di Milano”. I collegamenti tra i due omicidi sono evidenti, come è evidente che le tre lettere sono state confezionate dalla stessa mano, gli inquirenti realizzano che ci si trova di fronte ad un serial killer che potrà uccidere ancora se non viene fermato e realizzano che il tempo stringe. Gli stessi stimano anche quando potrebbe avvenire il terzo omicidio; in tutta la vicenda è ricorrente il numero 12; 12 miliardi la somma dell’estorsione, 12 anni di esperienza del tornitore, 12 giorni trascorsi tra il primo ed il secondo omicidio. La ricorrenza del numero 12, un rebus numerico, una sfida agli investigatori, ma anche un possibile preavviso, la terza vittima potrebbe essere uccisa dopo altri 12 giorni, e ne restavano solo 11.

            Si mette in moto l’indagine, unico punto di partenza, per ora, la telefonata con la quale Profeta aveva contattato l’agenzia immobiliare. Dai tracciati telefonici si accerta che la telefonata era stata fatta da un telefono pubblico con l’utilizzo di due schede prepagate, purtroppo anonime. Dall’analisi delle chiamate con le due schede individuate, si accertano svariate telefonate verso varie agenzie immobiliari, ed una particolare verso una signora di 45 anni, di origini palermitane, una certa Antonella Gemmati, residente a Mestre che vive con un compagno, un uomo sulla cinquantina che si chiama Michele Profeta.

                L’azione investigativa incomincia a dare qualche frutto, poi, l’inaspettato, il Killer contata il numero telefonico inserito nell’inserzione pubblicata dalla Questura di Milano sul Corriere della Sera; a quel cellulare arriva un SMS, il testo composta da un solo numero “12”. Per gli investigatori è chiaro il riferimento al killer, sembrava di essere su una scena di un film, un thriller, quando arriva un secondo messaggio: “ la linea del telefono potrebbe essere controllata, solo messaggi, potrei avere bisogno di te domani sera intorno alle 23 al vecchio appiani, se ti va solo messaggi, se no in mona”. Inizia una serie di contatti via SMS; Polizia “come ti riconosciamo” – killer “dirigo io il gioco, a modo mio o niente, tribuna ospiti, sarò solo, non ci sarà nessuno, ci riconosceremo, accontentati” – Polizia “ok gioco condotto da lei, mi interessa conoscerla, faccia capire con un particolare che è lei la persona giusta, la sua determinazione mi preoccupa, posso fidarmi?” – Killer “fidarsi è bello, non fidarsi è meglio, io non mi preoccupo, ma sta a te, devi giocare bene le tue carte, per l’incontro aspettiamo, ci vuole pazienza”.

            Gli investigatori vanno alla ricerca di eventuali cellulari in uso a Profeta, scoprono che ne ha intestati una decina, ed uno di questi è quello dal quale sono partiti gli SMS. Nel frattempo si accerta un ulteriore riscontro, il Sig. Pertini aveva contattato un’altra agenzia immobiliare, aveva chiesto un appuntamento. Il giorno prefissato si presenta un uomo distinto, elegante, sulla cinquantina, che si comporta stranamente e si rinvia l’appuntamento ai giorni successivi; al nuovo appuntamento, l’agente immobiliare, spaventato dallo strano soggetto si presenta con un amico, quando il Sig. Pertini vede due persone, senza dire nulla si allontana e non si fa più sentire. Gli investigatori mostrano a quell’ agente immobiliare le foto di Profeta Michele e lui riconosce in quell’effige il Sig. Pertini.

            Il cerchio è chiuso, non ci sono dubbi sull’identità del serial killer ed il 16 febbraio 2001, dopo accertamenti sui suoi movimenti ed abitudini, uomini della Squadra Mobile attendono Profeta in via Alberto Mario, sono le 18.45 circa quando lo stesso arriva per prendere la sua autovettura, una Skoda Felicia, e viene tratto in arresto. All’interno dell’autovettura si rinviene il normografo, compatibile con quello usato per le tre missive, ed una confezione di buste e fogli dello stesso tipo usato per le stesse. Nell’abitazione di Andria, dove viveva la moglie Concetta con i due figli, si rinviene un revolver “Iver Jhonson calibro 32” compatibile con quello usato nei due omicidi ed un mazzo di carte dove mancavano i Re.

            La Corte di Assise di Padova, dopo balletti di cambio ed abbandono di legali e consulenti, ammissioni e ripensamenti, perizie ammesse e non, prove schiaccianti come quella balistica e l’uso della scheda telefonica, Profeta viene riconosciuto capace di intendere e volere e viene condannato alla pena dell’ergastolo, era il 23 maggio 2004.

            Profeta scontò la sua pena nel carcere di Voghera, dove intraprendeva gli studi accademici in filosofia; Il 16 luglio 2004, veniva condotto a Milano, nella sala degli avvocati del carcere di San Vittore, per sostenere il primo esame in storia della filosofia, durante la discussione, davanti alla commissione d’esame, fu colpito da infarto e morì. 

            Nella storia da serial killer di Michele Profeta, possiamo ritrovare tanti aspetti specifici studiati dalla criminologia che ho presentato negli articoli precedenti; troviamo i messaggi cifrati, i rebus, la sfida agli investigatori, mettere in moto gli altri intorno a loro, la scena del crimine come una scenografia cinematografica, il killer che si presenta e si sente un attore, il protagonista ed infine la formula della “firma del serial killer”.

            Le due donne della sua vita, Concetta ed Antonella, nonostante tutto, lo difendono, non credono nella sua colpevolezza e lo presentano come un uomo buono, incapace di fare del male, un uomo tranquillo, sereno, amoroso, pieno di premure, che non ha un animo cattivo, mai avuti gesti violenti in famiglia, neppure uno schiaffo ai figli. Ma allora, se veramente Michele Profeta era questo, cosa è successo, cosa ha portato un amorevole uomo di cinquant’anni a diventare uno spietato serial killer? Veramente la ricerca di soldi dallo Stato? Una vendetta verso una vita fallimentare? Delusioni, tradimenti e fallimenti? Non è facile poter dare una risposta concreta e pienamente esaustiva, potremmo dire di tutto e di più, come di fatto è stato, è stato detto di tutto e di più, potremmo pensare che il Prof. Cesare Lombroso aveva ragione, e solo in tarda età è emerso il delinquete nato, ma dove sarà la verità forse nessuno lo sa veramente, al di là di chi è pieno e convinto della sua unica bravura.

            Durante un colloquio con uno psichiatra, per stilare una perizia, viene chiesto a Michele Profeta se e come immaginava il suo futuro, la risposta fu: “ non lo vedo in questo momento, non lo vedo, mi rifiuto, non lo voglio vedere, non è che non mi importa non ci voglio pensare assolutamente, non ci posso e non ci debbo pensare, mi agita, se no vado in escandescenza”. Secondo gli psichiatri il paziente è lucido, orientato, collaborante, tiene un atteggiamento disponibile ed ossequioso, manifestando uno stato depressivo con qualche episodio di ansia. Un uomo stanco che mal sopportava l’opinione negativa della stampa e dell’opinione pubblica, un uomo con il disturbo maniacale del tono dell’umore, ossessionato dal rendere di se’ un’immagine quasi perfetta, un’immagine idealizzata, di grandiosità. A fare da contrasto a questo una realtà diversa, fatta di fallimenti, umiliazioni e frustrazioni, cedimenti e scompensi, macchiati da narcisismo e disillusioni. La difesa ha portato avanti la sua perizia, con la quale, si sosteneva che Michele Profeta era afflitto da “delirio di onnipotenza”, con la quale si voleva sostenere l’infermità, o semi infermità, mentale, ma questa tesi non è stata ritenuta valida e quindi non accolta.

            Poi c’è la voce, quella voce calma e serena che gli ha ordinato di uccidere; solo nel mondo della schizofrenia questo può accadere, sentire una voce imperativa, concreta, fisica, che poi si segue al di fuori della propria volontà, e questo è sintomo di malattia mentale. Ma non dobbiamo fare confusione, il fattore schizofrenico o di allucinazioni potrebbe diventare comune a tutti se non si va a definire il significato e valore dell’entità “voce”; spesso, il più delle volte, non si sentono voci acustiche, veri e propri suoni vocali, non si sente un qualcosa di concreto con una sua corporalità, una voce che viene dall’esterno, ma si sentono delle voci interne, delle sensazioni che nascono dalla dimensione intrinseca al pensiero interno all’uomo. Quante volte abbiamo detto, o sentito dire “ho sentito una voce dentro di me che mi diceva di fare o non fare….”? Questo rientra nella sfera di normalità, la voce interna diventa una metafora, atta a cercare a dare una spiegazione o giustificazione a scelte positive o negative che abbiamo volontariamente deciso di fare. Nel caso di assassini, spesso, il fenomeno di sentire voci che hanno ordinato di compiere quel gesto, con furbizia viene invocato per arrivare al riconoscimento dell’infermità mentale, o seminfermità, o comunque ad uno sconto di pena.

            Un aspetto interessante per dare una diversa lettura alla vicenda, ovvero una lettura da un’altra angolazione, che vale un po’ per tutti, lo si trova nella “solitudine”. Michele Profeta aveva due donne, due entità affettuose, ma probabilmente non poteva liberarsi pienamente di tutto quel dolore e dissenso che aveva dentro, magari per l’aspetto professionale sì, ma per quello economico di non poter portare avanti due vite parallele, sconosciute alle compagne, no, questo non poteva farlo, non aveva amici, quindi era solo, solo con le sue preoccupazioni. Lui si sentiva vittima di fallimenti e soprusi, aveva il dente avvelenato con il mondo delle agenzie immobiliari e con i tassisti, che secondo lui lo avevano fatto fallire, una certa repressione indotta dalla madre che lo voleva perfetto come il fratello maggiore. La solitudine, la mancanza di sfogo, di parlare dei propri problemi, va a creare una condizione significativa per l’intensificazione di patologie, perché la normalità umana è determinata dal fatto di parlare, sfogarsi, con gli altri, confidare le paure, i dispiaceri, le preoccupazioni e queste non si vanno a fissare nella mente, diventano mobili e si relativizzano, altrimenti, si radicalizzano andando a dare origine a deliri, portando all’esasperazione anche piccole difficoltà che si vanno a radicalizzare nella mente.

            Altro aspetto interessante lo possiamo trovare nella doppia personalità del serial killer; per una persona normale è difficile, impensabile, commettere un brutale omicidio poi tornarsene a casa e come se nulla fosse successo dispensare buon umore, affetto e bontà d’animo, come detto dalle compagne di Michele Profeta. In psicodinamica questo fenomeno, caratterizzato da queste situazioni comportamentali, si indica con il nome di “scissione”. La coscienza dell’io è scissa, si vanno a creare due personaggi diversi tra loro, il classico fenomeno che la mano destra non sa quello che fa la sinistra.

Nel caso di Michele Profeta, la scissione di due vite parallele; da una parte quella del professionista che prova in tutti i modi ad emergere e che ritiene di avere ancora credito dalla vita, con una vita affettuosa piena di amore e bontà, dall’altra parte una persona che ritiene che tutto debba essergli dovuto sino alla conseguenza estrema, arrivando ad andarselo a prendere in tutti i modi, anche contro la legge. Il delirio di onnipotenza si manifesta, in particolare, con il ricatto estremo, 12 miliardi di lire, una somma altissima che sa benissimo che nessuno gli darà mai, un’estorsione o, secondo lui, un risarcimento economico per riavere dalla vita quello che lui ritiene di non aver avuto anche se gli aspettava, in cambio di vite umane.

           Accattoli Gabriele

1 commento

  • 0  29/02/2020 18:28  Chiara

    Bell'articolo...ottimo!!!

    SONO FAVOREVOLE!SONO CONTRARIO!

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